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In memoriam Paolo Peloso

di Federico Borsari - 11 Agosto 2026

Abbiamo atteso, invano, oltre una settimana di veder riportata, sui media locali, la notizia della scomparsa, all'età di novantaquattro anni, del nostro illustre concittadino, il Maestro Paolo Peloso, musicista e Direttore d'Orchestra di fama internazionale.
Il silenzio dei giornali e dei socialmedia in proposito è parzialmente giustificato dal fatto che del Maestro Paolo Peloso, ormai, ci ricordiamo solo noi "vecchi"; in ogni caso, dimenticare un grande Ovadese come lui non depone in favore dei nostri concittadini.
NOTA: La notizia, oltre che allo scrivente, era pervenuta anche ad altri Ovadesi e ad alcuni giornalisti locali i quali, correttamente e per evitare di pubblicare un "coccodrillo" non verificato, hanno atteso il "lancio" ANSA ufficiale, che è avvenuto il giorno 11 Agosto.
Non faremo qui, ovviamente, il "panegirico del santo", poiché la carriera musicale del Maestro Peloso è nota a livello mondiale; lo ricorderemo con qualche fotografia "ovadese" e con un'intervista che egli ebbe la cortesia, grazie anche all'amicizia famigliare che mio padre, lo storico Gino Borsari, aveva con i suoi genitori, di rilasciarci nel 1987 e che pubblicammo su "La Provincia di Alessandria", rivista dell'Amministrazione Provinciale.
Cominciamo, quindi, con le fotografie.

Qui lo vediamo, giovanissimo, mentre dirige la Banda Musicale ovadese "Antonio Rebora" in un concerto estivo all'aperto nei primi Anni Cinquanta del secolo scorso (Credit Photo: Accademia Urbense Ovada):

 Paolo Peloso

Qui, invece, lo vediamo, sempre molto giovane, durante una sessione di prove della Banda alla presenza dei componenti del Consiglio di Amministrazione della Scuola di Musica "A. Rebora" (Credit Photo: Accademia Urbense Ovada):

 Paolo Peloso

Qui, qualche decennio più tardi, lo vediamo mentre dirige il Coro Femminile dell'Istituto Scolastico "Madri Pie" nel corso di un concerto tenutosi nel Salone dell'Istituto (Credit Photo: Accademia Urbense Ovada):

 Paolo Peloso

Concludiamo, infine, con due fotografie di uno dei concerti estivi che annualmente l'Amministrazione Comunale, negli Anni Settanta del secolo scorso, organizzava nella Piazza San Domenico, in cui lo vediamo nella sua veste di Direttore d'Orchestra (Credit Photo: Accademia Urbense Ovada):

 Paolo Peloso

 Paolo Peloso

Qui di seguito, infine, riportiamo integralmente la lunga intervista che ci rilasciò nel 1987:

"Siamo andati a trovare il Maestro Paolo Peloso, noto direttore d'orchestra, durante uno dei suoi periodi di vacanza in Ovada, presso la casa dei genitori. Il Maestro Peloso ci ha accolto con squisita cortesia e l'intervista che avevamo programmato si è trasformata in un piacevole colloquio di quasi due ore in cui esperienze, aneddoti e curiosità si sono mescolati alle domande che avevamo in programma di porre.
Nato ad Ovada, Paolo Peloso si è dedicato giovanissimo alla musica.
Ha conseguito i diplomi in organo e pianoforte presso il Conservatorio "N. Paganini" di Genova con il massimo dei voti. Ha poi frequentato, assieme ad Abbado e Zubin Mehta, i corsi di Direzione d'Orchestra presso l'Accademia Chigiana di Siena sotto la direzione del Maestro Galliera. Dopo il debutto a Siena, dirigendo il primo tempo della "Patetica" di Cajkovskij, l'esordio ufficiale avvenne il 27 maggio 1964 a Genova, dove diresse "La domanda di matrimonio" di Chailly, riscuotendo subito i favori del pubblico e della critica. Di successo in successo, la sua carriera: a Genova per le stagioni estive del "Carlo Felice", al San Carlo di Napoli, alla Scala di Milano, per tre anni come Direttore dei Balletti, lavorando molto anche con Nurejev; poi a Firenze, a Torino, a Catania, a Bologna, ancora a Genova con un "Cappello di Paglia di Firenze" di Rota e con un "Angelo di Fuoco" di Prokofieff dall'incandescente finale, a Bolzano, come Direttore dell'Orchestra Haydn... E poi all'estero: alla Staatsoper di Amburgo, a San Francisco, per cinque stagioni con "Simon Boccanegra", "Norma", "I Puritani" e "Tosca" con Pavarotti e la Caballé; in Francia, a Lione, e poi a Toronto, recentemente con "Aida" e dove tornerà l'anno prossimo con "Andrea Chenier". Gli impegni futuri: a Genova a dirigere il Premio Paganini e poi un'altra tournee in Francia, a Tolosa, in attesa di ritornare in Canada e negli Stati Uniti dove "non abiterei mai, perche la vita è troppo dura; esige da te il massimo sempre e ti spreme ogni energia" ma dove "si lavora certamente meglio che in Italia". Preferisce dirigere opere liriche piuttosto che sinfonica ed ha una grande ammirazione per Verdi, che considera il migliore musicista lirico.

D.: Ma per Lei, Maestro, cos'è la musica?
R.: "La vita! Io penso che se mancasse la musica io non saprei vivere. E' uno scopo di vita, perchè mi accorgo, alla mia età, che la musica mi dà sempre, ogni volta che mi alzo la mattina, la voglia di fare qualcosa di nuovo. La musica è come un libro enorme; che si sfoglia ogni giorno, sempre, ed è inesauribile. E questo fa si che ogni volta che dirigo opere che magari ho già diretto, trovo sempre qualcosa di nuovo".

D.: Perchè ha scelto di diventare direttore d'orchestra?
R.: "Questo veramente non lo so; però posso dire che forse dipende dal fatto che quando studiavo pianoforte con il Maestro Tedoldi, quando suonavo, egli mi diceva, ad esempio: "Ecco, questo passaggio si potrebbe strumentare in questo modo... ecc.", cioè non parlava mai di pianoforte in sè, bensi come se fosse un'orchestra".

D.: Quali differenze ci sono tra un solista, che ha la piena padronanza, anche fisica, dello strumento, ed il direttore d'orchestra, che deve necessariamente fare passare la sua idea di interpretazione attraverso l'opera di altre persone?
R.: "Questa è una domanda molto interessante. Posso dirle, essendo pianista ed organista, che è più difficile suonare che dirigere. Premetto che è difficilissimo suonare bene e dirigere bene, però il fatto fisico del suonare uno strumento richiede sacrificio giornaliero di tecnica che il dirigere non richiede; ossia, il pianista non può lasciare un giorno il pianoforte, perchè se no sono guai; ciò al direttore non succede. Cio detto, è quasi sempre vero che i grandi direttori sono anche degli ottimi solisti, veda ad esempio Bernstein e Mitropulos. In effetti io non credo molto ai direttori esclusivamente direttori; il direttore deve possedere un bagaglio musicale enorme, non può non essere, cioè, un musicista completo. Un esempio può essere Stokowsky, che suonava e conosceva alla perfezione la tecnica di tutti gli strumenti".

D.: Lei ha paura prima di salire sul podio?
R.: "Sì, sempre, dell'imprevisto. Parlo soprattutto dell'opera lirica, perchè nei concerti sinfonici dirigere è più facile in quanto il lavoro grosso si fa alle prove ed il concerto per il direttore è ricordare col gesto ciò che si è fatto prima. Nella lirica ci sono sempre imprevisti in agguato, spe cialmente nelle grandi opere, anche perchè le orchestre liriche, a differenza delle sinfoniche, alla sera suonano, ad esempio, "Aida" mentre la mattina hanno suonato tutt'altra opera. Io, ad esempio, ho diretto dieci serate dell'"Aida" con un'orchestra che eseguiva nello stesso periodo "I Dialoghi delle Carmelitane" di Poulenc e, diciamo la verità, quando un'orchestra così apre la parte, proprio non si sa esattamente come va a finire la storia. E poi c'è la paura dell'errore personale. Un gesto sbagliato, un attacco ritardato possono mandare a gambe all'aria tutto lo spettacolo. Insomma, lo spettacolo lirico è più difficile per una e mille ragioni e ci possono essere tantissimi intoppi tra cui, importantissimo, il fatto che il cantante lirico ha sempre paura, tanta paura, e talvolta la trasmette anche al direttore".

D.: Cosa si prova a dirigere un'orchestra?
R.: "Ah! E' la fine del mondo! Certo, ciò succede quando si è tranquilli, le prove sono andate bene e l'orchestra è a posto. Dirigere, comunque, è una fatica; non dimentichiamo che durante uno spettacolo il direttore perde due o tre chili per lo sforzo psico-fisico".

D.: Quali sono gli autori che preferisce dirigere?
R.: "Preferisco la musica romantica, ma dirigo tutti gli autori (ho diretto anche opere di Nono e di Berio) ma non amo svisceratamente la musica moderna anche perchè, secondo me, si sta chiudendo il ciclo musicale aperto all'inizio del 1600 con l'invenzione del temperamento equabile ed il futuro della musica, per me, è il silenzio assoluto. Stiamo aspettando il genio che ci dirà una parola nuova, ma non sappiamo se questo genio ci sarà".

D.: L'orchestra, secondo Lei, è uno strumento musicale o un insieme di strumenti musicali?
R.: "Uno strumento. L'orchestra si può benissimo suonare come uno strumento; l'importante è che si tratti di una buona orchestra, non di una mediocre orchestra".

D.: Il direttore riesce sempre a fare esprimere ciò che vuole all'orchestra?
R.: "Dipende anche dalla disponibilità degli uomini. Con Bernstein, due anni fa, l'Orchestra di Santa Cecilia al primo concerto andò bene, al secondo andò male. E' quindi un fa tore di disponibilità degli orchestrali. E poi, parliamoci chiaro: in Italia un certo tipo di sindacalismo arrabbiato ha portato alla rovina tantissime orchestre, perchè in Italia, oggi, prima ci sono i diritti e poi, se mai, i doveri; invece in America, ma anche in Germania ed in Inghilterra, prima c'è il dovere di lavorare bene e di dare tutto quello che il direttore chiede, poi ci sono i diritti. Lo standard delle orchestre italiane non è, comunque, all'altezza di quello di orchestre anche minori americane; quella di Toronto, ad esempio, che io ho diretto, è molto preparata ed alle prove quando dici una cosa non c'è bisogno di ripeterla. Per farla breve: il direttore può essere bravissimo ma se gli elementi sono mediocri, c'è poco da cavare".

D.: Qual è la dote migliore di un direttore d'orchestra?
R.: "La comunicazione. La capacità di esprimersi e di farsi capire dagli esecutori; e, quindi, la tecnica, il gesto, la capacità di esprimere con il gesto ciò che si vuole. Ci sono direttori che gesticolano molto, ma se il gesto non racchiude la comunicazione, uno può sbracciarsi quanto vuole che non viene fuori niente. E poi c'entra il fattore umano, che viene fuori, ad esempio, durante le prove. Anche lo scambio di qualche parola, il narrare aneddoti, raccontare fatti, instaura una comunicazione tra direttore ed orchestrali che agevola il compito ad entrambi".

D.: E' più importante il direttore, l'orchestra, il pubblico o i brani che si eseguono?
R.: "Direi che sono importanti tutti. Posso aggiungere, però, che in Italia, mentre una voita ai concerti si eseguivano brani conosciuti e brani meno conosciuti, oggi si tende ad eliminare i pezzi meno conosciuti, e questo non è bene".

D.: Secondo lei, un concerto sinfonico è solo da ascoltare? Cioè, non potrebbe, ad esempio, essere arricchito da scenografie od effetti di luce?
R.: "No. E' già uno spettacolo l'orchestra in se stessa e direi che chi ascolta la musica attraverso i dischi perde una componente essenziale dello spettacolo. In una bella sala da concerto, con una buona acustica, l'orchestra è uno spettacolo".

D.: Cosa pensa del regista nella lirica?
R.: "Il regista può fare cose bellissime o cose oscene. Le cose bellissime sono, ad esempio, indovinare le luci od i costumi. Purtroppo oggi c'è la tendenza a svecchiare, ma la lirica è una specie di convenzione e spesso, purtroppo, il regista che viene dalla prosa non è a conoscenza di quella strada maestra prescindendo dalla quale non si può fare lirica, che è musica. Con questo tipo di registi si lavora male, molto male. Vede, la lirica è un atto di fede: o ci si crede o non ci si crede. Certi allestimenti di Ronconi o di Russel, come ad esempio la Bohème, dove Mimì muore per overdose, oltre a non avere nulla a che vedere con la musica di Puccini, sono anche uno scadimento nel cattivo gusto".

D.: Cosa pensa del pubblico che applaude al di fuori dei momenti adatti?
R.: "L'applaudire al momento giusto è un atto di civiltà da parte del pubblico. L'applauso fuori tempo non capita mai con il pubblico tedesco. Il pubblico dovrebbe imparare ad applaudire quando finisce la musica; anche Toscanini, a suo tempo, si battè per arrivare a questo".

D.: Secondo lei, il pubblico che va ai concerti lo fa per istruirsi, divertirsi, o, più semplicemente, per passare qualche ora in modo diverso dal solito?
R.: "Ormai, oggigiorno, credo che ci vada per passare qualche ora, tanto più che è passata anche di moda l'abitudine di fare diventare l'andare a teatro una ragione di status-symbol. Anche il fatto di eseguire concerti con ingresso libero non mi pare un bene nè per il pubblico nè per la musica, perchè si rischia di avere una parte di pubblico che segue ed una parte che si fa gli affari suoi; la musica abbisogna di ben altre condizioni di ascolto".

D.: Lei crede in una funzione sociale della musica?
R.: "Io penso che se la gente desse più spazio alla musica vera, autentica, questa avrebbe una funzione enorme, socialissima. Se, per esempio, come succede in molti altri paesi, la gente si abituasse a fare musica, soprattutto corale, questo modo di condividere esperienze, di stare insieme, di esprimere sentimenti assieme ad altre persone sarebbe un ottimo momento di formazione sociale. Purtroppo, la gente non vuole farlo; succede un po' come nel calcio: milioni di persone si fermano per vedere giocare ma pochissimi, per non dire nessuno, vogliono giocare al calcio. E' una forma di guardoneria: guardare gli altri fare. La gente dovrebbe sforzarsi di più di fare musica come hobby. E, a questo proposito, devo dirle che preferirei che una persona, piuttosto che avere l'hobby della caccia, sapesse suonicchiare un pochino il pianoforte: non ammazzerebbe gli uccellini e potrebbe arricchire un pochino se stesso".

D.: Cosa pensa della musica classica che viene propinata, al giorno d'oggi, dai mass-media, mescolata ad altra musica di altro genere?
R.: "Direi che la musica classica, a questi livelli, non viene neppure ascoltata. Ed è strano, perchè oggi abbiamo mezzi potentissimi per accrescere la nostra cultura; abbiamo mezzi che i nostri padri neppure si sognavano, eppure la maggioranza delle persone li utilizza per cose effimere, se non deleterie. E il peggio è che tale merce viene spacciata per musica buona, mentre non è che uno specchio appannato della vera musica. Se la tecnologia moderna fosse usata veramente per divulgare la vera musica, sarebbe senz'altro un bene per tutti".

D.: Come mai, secondo lei, è così faticoso arrivare al successo nel campo della musica classica, quando è perfino troppo facile avere successo in altri generi, anche senza avere una grande preparazione?
R.: "Io non vedrei questa grande differenza. In tutti e due i campi c'è la concorrenza e per arrivare al successo è importante avere le amicizie giuste, partire con il piede giusto; Abbado è un grande direttore, ma non ha guastato che suo padre fosse un grande musicista e suo fratello direttore di Conservatorio. Certo, la persona ha la sua importanza, ma al giorno d'oggi anche avere una buona amicizia nell'ambiente è molto d'aiuto, soprattutto in Italia, dove, oggi come oggi, di grandi talenti ce ne sono davvero pochi; se lei vede i concorsi internazionali, è già molti anni che gli Italiani non arrivano in finale o, se ci arrivano, non vincono. D'altra parte, è anche un fattore di mancata selezione: in Italia ogni anno abbiamo migliaia di nuovi studenti di violino e stia sicuro che quasi tutti conseguiranno il diploma, cosa che negli altri Paesi, dove la selezione esiste, non succede".

D.: A proposito, cosa pensa dei Conservatori italiani?
R.: "Anche li è entrato un atteggiamento proprio della politica, cioè quello del "parole tante ma fatti pochi". Poi una cosa è certa: quando studiavo io, al Conservatorio era direttore il maestro Cortese, compositore di chiara fama, a Pavia c'era Liviabella, anch'egli musicista coi fiocchi; ora a dirigere i Conservatori ci sono dei nomi che nessuno conosce. Si è insomma burocraticizzata la figura del direttore di Conservatorio, che prima doveva essere musicista ed ora deve essere più burocrate che musicista. Circa il futuro dei Conservatori italiani le posso dire che, ad esempio nelle ciassi di pianoforte, c'è un numero enorme, veramente grande, di allievi ma in quasi tutta Italia non vi sono più insegnanti che abbiano anche la capacità di scoprire, intuire, quali di questi allievi abbiano le vere possibilità di diventare musicisti completi. Manca, insomma, assieme alla selezione, anche la capacità da parte degli insegnanti di scoprire il talento musicale che magari un allievo possiede ma non riesce a mettere in luce. E' anche per questi motivi che ormai tutte le stagioni sinfoniche o liriche italiane sono in mano, agli stranieri; basta guardare il cartellone dell'Opera di Genova per rendersene conto".

D.: Che consiglio darebbe ad un giovane che intenda intraprendere la carriera di direttore d'orchestra?
R.: "Di procurarsi dei buoni amici nelle alte sfere... No, a parte gli scherzi, gli consiglierei di studiare, studiare ed ancora studiare. Certo, studiare direzione d'orchestra non è facile per la mancanza dello strumento: un'orchestra non la si può suonare tutti i giorni come un pianoforte. E poi, direttori veri non si nasce, lo si diventa con gli anni e con l'esperienza che ci si fa del podio e delle situazioni che possono capitare; l'esperienza nella direzione d'orchestra è tutto".

D.: Lei, Maestro, ritiene di avere realizzato tutte le aspirazioni a cui tendeva?
R.: "In molti campi penso di essere un emerito cretino, per il solo fatto di non sapere fare molte cose; certo, nel campo musicale ho ricevuto molte soddisfazioni ma, a parte la carriera, rimane sempre l'eterna insoddisfazione di chi crede di poter fare sempre meglio. E qui entra in ballo anche l'esperienza, che ti fa vedere diverse oggi le cose che ti sembravano chiare ieri. Comunque io penso che vivere per la musica ne valga la pena!"."

Ricordiamo, per concludere, che in tempi più recenti, il Maestro Peloso si è esibito in Ovada nell'àmbito di alcuni concerti organizzati dallo scrivente e dal Maestro Maurizio Barboro e, più precisamente:

- 1 Giugno 1990 – Oratorio di San Giovanni Battista di Ovada
Concerto per Pianoforte a quattro mani
Pianisti: Paolo Peloso e Maurizio Barboro
Musiche di Mozart, Schubert, Debussy, Bizet

- 20 Maggio 1994 - Oratorio San Giovanni Battista di Ovada
Concerto per Pianoforte
Pianista: Paolo Peloso
Musiche di Bach, Weber, Mussorgsky

- 23 Maggio 1996 – Oratorio San Giovanni Battista di Ovada
Concerto per Violino, Due Pianoforti e Orchestra
Pianisti: Donatella Pieri e Maurizio Barboro
Violino: Gian Paolo Peloso
Orchestra da Camera “M.Jora” di Bacau
Direttore: Paolo Peloso
Musiche di Barber e Mozart

Il Maestro Paolo Peloso ha in seguito diretto anche un concerto sinfonico presso la chiesa parrocchiale di N.S. Assunta.