23 Agosto 1956, ore 3:25 della mattina: a Marcinelle (in Belgio), Angelo Berto, uno dei soccorritori, ritorna alla superficie dal livello 1035 (un chilometro e trentacinque metri di profondità) e dichiara, in italiano, "Tutti morti!", ripetendo poi la stessa frase in francese ("Tous morts!") e, poi ancora, in fiammingo ("Allen dood!") in modo da farsi capire da tutti.
Estate 2024: Grazie agli esami del DNA, sono state identificate tre vittime di Marcinelle: Rocco Ceccomancini, Dante Di Quilio (italiani) e Oscar Pellegrims (belga). Ad oggi (Agosto 2026) rimangono ancora sconosciuti i nomi di undici cadaveri recuperati ma non ancora identificati.
Per i giovani (e per coloro che non se ne ricordano): sì, stiamo parlando di miniere e, più precisamente, del disastro avvenuto in Belgio, nella miniera del "Bois du Caziers", situata a Marcinelle, il giorno 8 Agosto 1956, che ebbe come conseguenza la morte di duecentosessantadue minatori, di cui centotrentasei italiani, novantacinque belgi e gli altri di diverse nazionalità europee (ed anche tre algerini).
Il disastro di Marcinelle non è stato il più grave nell'ambito dell'attività estrattiva mondiale; nel 1907, ad esempio, a Monongah (Virginia, USA) ci fu un'esplosione di gas che uccise oltre mille lavoratori mentre l'anno prima, nel 1906, a Courrières (Francia), un'altra esplosione ne uccise quasi duemila.
La tragedia di Marcinelle ha assunto importanza "mondiale" per il semplice fatto che è stata la prima ad essere seguita, descritta e raccontata "quasi live" dalla stampa e, soprattutto, dalla radio e dalla televisione. Per questo motivo è diventata un "simbolo" del gravissimo problema delle morti sul lavoro ed è per questo che, a partire da quest'anno 2026, l'Unione Europea celebrerà ogni anno, il giorno 8 Agosto, la Giornata Europea in memoria delle vittime degli incidenti sul lavoro.

Nel 1945, al termine del Secondo Conflitto Mondiale ci sono, come sempre, i vinti ed i vincitori. I primi sono il cosidetto "asse Roma-Berlino-Tokio", cioè Italia, Germania e Giappone. I secondi sono gli "Alleati", capeggiati da Inghilterra, Stati, Uniti, Francia e Unione Sovietica ed a cui appartengono tutti gli altri Paesi loro "alleati" tra cui, anche, il Belgio e, come da prassi, sono sempre i vincitori che "déttano le regole" ai vinti.
In quel periodo, dopo una guerra feroce, tutte le economie europee erano in grande crisi e non c'era molta differenza tra l'industria italiana e quella belga, entrambe disastrate. La necessità era di "rimettere in piedi", e alla svelta, la produzione industriale, ma per fare questo occorreva l'energia per azionare i macchinari, energia che, a quell'epoca, era fornita dal carbone (il petrolio arriverà vent'anni dopo) ed i Paesi che estraevano carbone erano Francia e Belgio (tra i "vincitori" della Guerra).
L'attività estrattiva belga si era quasi del tutto interrotta durante il conflitto, ma la ricchezza delle sue miniere era sempre molto consistente e così il Belgio decise di rimettere in funzione le sue miniere, trovando però subito due ostacoli.
Il primo consisteva nel fatto che i suoi impianti minerari erano "vecchi" (risalivano al secolo precedente) e presentavano caratteristiche strutturali e tecnologiche obsolete, che non garantivano livelli di sicurezza accettabili; molti di quegli impianti, in effetti, compreso quello di Marcinelle, erano stati giudicati troppo pericolosi ed anche "poco produttivi", tanto da essere inseriti in una lista di miniere da "dismettere". Ma la necessità di avere, e alla svelta, il carbone necessario alla ricostituzione industriale del Paese, li aveva mantenuti in attività. Ovviamente, come sempre succede in queste situazioni, la necessità di far "lavorare" le miniere fece sì che si mettessero da parte tutte le preoccupazioni sulla sicurezza degli impianti (e dei minatori); serviva carbone, ne serviva molto e doveva essere estratto "a tutti i costi".
Il secondo problema che si presentò al Belgio fu che sempre meno giovani di quel Paese (che ben conoscevano la situazione) erano disposti ad "andare in miniera". Gli impianti erano nuovamente operativi, ma mancava la mano d'opera per farli funzionare.
Per ovviare a questa mancanza di forza-lavoro, si fece quindi ricorso ai cosidetti "patti", che il Belgio stipulò con altri Stati (tra cui l'Italia), patti che prevedevano una specie di "scambio": "tu mi dai gli operai, io ti dò il carbone". E questo è anche il motivo per cui le vittime di Marcinelle appartengono a ben undici nazionalità differenti.
Il 20 Giugno 1946, a Roma, fu stipulato il "patto" che prevedeva l'invio di giovani italiani in Belgio per il lavoro nelle miniere e tre giorni dopo fu stipulato il relativo "protocollo", che ne fissava le modalità (Credit: Archivio Storico Camera dei Deputati):

Tale protocollo prevedeva l'invio in Belgio di cinquantamila "lavoratori" (ma alla fine furono molti di più) al ritmo di duemila alla settimana. L'ètà dei soggetti non doveva superare i trentacinque anni e dovevano essere "di buona salute".
Nei mesi seguenti in tutte le città e nei paesi d'Italia, anche nei più piccoli e sperduti, apparvero i manifesti che propagandavano l'iniziativa, a cui aderirono moltissi giovani per i quali le prospettive di un lavoro in Patria erano pressoché precluse.

L'accordo prevedeva una durata minima di un anno, rinnovabile. I giovani che aderivano venivano dapprima "visitati" nei centri medici più vicini e, poi, trasferiti a Milano, dove avvenivano le visite mediche più approfondite, svolte da una commissione medica mista italo-belga. Se passavano questa visita, venivano "imbarcati" su appositi convogli ferroviari che, nel giro di due-tre giorni (invece delle diciotto ore previste), li portavano in Belgio dove, una volta sbarcati e svolte le formalità burocratiche, venivano avviati alle rispettive miniere, dove venivano alloggiati, contrariamente a quanto previsto dall'accordo, in baraccamenti solitamente privi di acqua e luce, baraccamenti che spesso erano gli stessi che erano stati utilizzati durante il conflitto mondiale per ospitare i prigionieri di guerra.

Oltre all'alloggio, era (quasi) garantito il vitto, uno stipendio fisso, un periodo di ferie (sei-dieci giorni all'anno) e, a partire da qualche anno dopo, la Previdenza Sociale e la possibilità di inviare denaro ai famigliari in Italia tramite un'apposita banca italo-belga costituita per l'occasione. Tramite la stessa banca, le aziende carbonifere provvedevano a versare alle famiglie dei minatori gli eventuali assegni famigliari. Tutto era gestito dalla "Fédération charbonière de Belgique", che rappresentava tutte le aziende minerarie del Paese.
Alla realtà dei fatti, tutto il "castello" cadeva quando i giovani scendevano per la prima volta nella miniera e si rendevano conto di cosa avrebbero dovuto fare ed in quali condizioni. Molti di essi (quasi la metà) rinunciavano o si rifiutavano. In quei casi, essi venivano affidati alla Polizia (di fatto, per la legge, contravvenivano ad un patto contratto con lo Stato belga) e venivano messi in carcere, dove rimanevano per qualche giorno (o qualche mese) fino a che venivano espulsi e rimpatriati. Quelli che rimanevano, si dovevano confrontare con il vitto scarso, gli alloggi fatiscenti, l'impossibilità di comunicare con i Belgi (nessuno parlava il francese, tantomeno il fiammingo), le difficoltà e le problematiche del lavoro, che consisteva, fondamentalmente, nel trascorrere otto ore in cunicoli larghi non più di 50-60 centimetri, alla luce delle lampade ad acetilene, "trapanando" le pareti con martelli pneumatici per estrarre il carbone, che veniva poi raccolto in appositi carrelli i quali, a loro volta trainati da cavalli o, anche, spinti a mano dalle donne e dai bambini (sì, in alcune miniere lavoravano anche loro), venivano poi "issati" in superficie tramite appositi ascensori.
E fu proprio da un errore (o una mancanza) di "comunicazione" tra un italiano (Antonio Iannetta) ed un belga (Gaston Vaussort), entrambi addetti alla sistemazione dei carrelli negli ascensori al livello 975 (metri di profondità), che ebbe origine il disastro. Sembra che il direttore del movimento, in superficie, avesse telefonicamente detto a Vaussort di NON caricare l'ascensore in salita con i carrelli durante due viaggi, poichè l'ascensore era richiesto vuoto ad un livello superiore. Vaussort lo dice a Iannetta il quale, probabilmente, non capisce e, al secondo viaggio, carica due carrelli sull'ascensore. I carrelli pieni di carbone si incastrano e rimangono sporgenti dall'ascensore. L'ascensore parte in salita, i carrelli che sporgono sbattono contro le travi della struttura del pozzo, che vengono tranciate. Assieme ad esse vengono spezzate le condotte dell'olio pressurizzato e dell'aria compressa (che servono ad azionare i martelli pneumatici) e, con esse, anche i cavi del telefono e i cavi elettrici. Le scintille provocate dai cavi elettrici strappati innescano l'incendio dell'olio pressurizzato e al livello 975 si scatena l'inferno.
Non ripercorreremo qui (non è nostro compito) le vicende che seguirono nei giorni successivi fino al "Tutti morti!" del 23 Agosto successivo. Ci sono films, audio, foto e testimonianze (anche molto tecniche tratte dagli atti della Commissione d'inchiesta che fu istituita) che si possono agevolmente rintracciare sulla Grande Rete.
Vi proponiamo, invece (e vi consigliamo caldamente di vederlo), il documentario "Marcinelle, memorie del sottosuolo", realizzato da RAI Storia nel 2019: