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Ovada nel periodo domenicano. Note storiche sulla chiesa e convento di S. Maria delle Grazie.


Articolo n. 2 - Pubblicato su 'La Provincia di Alessandria' del Marzo 1967

Soffermandomi talvolta in quel suggestivo angolo di Ovada che è il Borgo Ripa, nella sua parte più vicina alla chiesa di S.Domenico (1) ed osservando quelle vecchie case addossate un pò alla rinfusa intorno all'abside, qualcuna delle quali conserva ancora un poco del suo stile pretenzioso di un tempo; guardando quei cortiletti interni con archi a tutto sesto, con altane e ripide scalette e percorrendo quella stradina angusta, vigilata dall'alto dalla mole quadrata ed aguzza del maestoso campanile, mi vien sovente di pensare alle vicende che hanno portato alla costruzione della chiesa medesima, con conseguente venuta dei Domenicani in Ovada, dove sarebbero poi rimasti per oltre tre secoli.
Un'antica tradizione vuole che sul posto ove ora sorge la chiesa di S.Maria delle Grazie esistesse già, prima del1481, una più piccola chiesa che andò distrutta per un incendio. Questa supposizione è avvalorata dal fatto che, ancora oggi si possono notare nella parte bassa absidale strutture di stili diversi in parte vagamente romanici e gotici fusi insieme in cui si riscontrano tracce di un antico incendio (2). Queste vestigia, che possono confermare la supposizione, si rivelano più notevolmente nella parte interna, dietro il coro, dove è più evidente l'attacco tra la vecchia e la nuova struttura.Che questa più antica chiesa poi, fosse officiata o meno, e da chi, è ben difficile affermarlo oggi, mancando completamente di notizie e documenti dell'epoca.
Il M.R. padre Giovanni Carrara delle Scuole Pie che, cosí gentilmente mi ha accompagnato a visitare i punti più interessanti del fabbricato dal lato storico, e che è un ricercatore appassionato e coltissimo di tutto ciò che si riferisce al convento ed alla sua storia, mi faceva notare che, anche circa la venuta dei Domenicani in Ovada nel 1481, la data può essere messa in dubbio, in quanto qualche antico documento frammentario e precedente a tale epoca menziona nominativi di frati dell' Ordine di S.Domenico in questa città. Infatti, da brevi annotazioni esistenti in Archivio Parrocchiale, si trovano nominati: nel 1432 un frate Antonio Laneri 'Rector Ecclesiae S. Mariae et S. Gaudentium' e, nell'anno 1463, un altro frate Giacomo Doria (e qui è precisato 'dei Predicatori') 'Rector' della stessa ecclesia sita in loci Uvadae, extra muros, in Diocesis Aquensis'. La chiesa di S. Gaudenzio è la piccola ed antichissima cappella sita sulla via Molare, vicina alla ferrovia per Genova, oggi restaurata ed abbellita, e che forse fu uno dei più remoti centri di evangelizzazione di queste zone.
 Chiesa di San Domenico Poter dire che frati dell'Ordine monastico di S.Domenico reggessero, allora, isolati od in piccolissime comunità di due o tre individui, modeste chiesette come quella di S.Gaudenzio, è un pò arduo oggi affermare, sebbene tale centro religioso si trovasse, nel XV secolo, in zona molto distante dal borgo di Ovada ed ubicato ai margini di una vasta estensione di terreno coltivato, con molti casolari sparsi e con una popolazione rurale che, naturalmente, aveva le sue necessità religiose e di culto. D'altra parte (e qui premetto che la considerazione è del tutto personale) è da tenere presente che ci troviamo in un'epoca nella quale l'Ordine era praticamente in pieno periodo di riforma delle regole, dell'ordinamento e di ricostruzione morale e materiale, dopo una fase di decadimento avvenuto nei secoli precedenti, e ciò può fare pensare che ancora qualche piccola comunità isolata ed ancora non toccata dai nuovi ordinamenti poteva sussistere in località dove rendevasi necessaria la sua opera di apostolato. Si potrebbe anche supporre che i suaccennati 'Rettori' fossero frati di più vaste Comunità e che di questa piccola chiesa avessero soltanto e personalmente il titolo e le prebende, come sovente allora usava.
Ma non è questo l'argomento che qui io voglio trattare. Lasciamo pertanto le divagazioni sulle possibilità o sulle probabilità di una data più o meno esatta e riportiamoci a fatti storici più recenti e dei quali possiamo dire con più precisione.
Nella seconda metà del secolo XV e perdurando la guerra tra Genova e Milano, Ovada si trovò per qualche decennio sotto la Signoria dei Duchi di Milano, che la infeudarono prima ai Trotti alessandrini, poi agli Adorno genovesi.Fu appunto in quest'epoca (1481), signoreggiando in Ovada Antonio Trotti, Conte e Cavaliere Aurato, che vennero gettate le fondamenta per la chiesa ed il convento dei Domenicani. La fabbrica era stata voluta dalla Comunità di Ovada, che intendeva chiamarvi i frati di S.Domenico affinchè essi, oltre alla pratica religiosa, esercissero anche l'insegnamento. I Trotti, da quei gran signori che erano, e nell'intento di ingraziarsi vieppiù la Comunità ovadese preoccupata di poter dare al popolo la possibilità di avere buone scuole e di elevarsi, incoraggiarono ed appoggiarono il progetto, se ne assunsero parte degli oneri ed iniziarono la costruzione. Sette anni dopo, però, nel 1488 l' Antonio Trotti si vide togliere dal Duca di Milano i feudi ovadesi per essere dati ad Agostino e Giovanni Adorno, i quali avevano concorso validamente a ritornare Genova alla Signoria milanese dopo i torbidi che avevano provocato la cacciata del governo del Duca dalla città ligure.
I fratelli Adorno, che tennero il borgo dal 1488 al 1499, e che già per antico diritto di famiglia avevano in Ovada possessioni, terreni ed interessi dentro le mura e fuori nel contado, ed ai quali conveniva fare una politica indirizzata al benessere della popolazione per salvaguardare quello che avevano e quello che avrebbero potuto perdere, continuarono l'opera iniziata dal Trotti e, oltre ad apportare notevoli benefici alla popolazione tutta, donarono ai Domenicani, dietro esortazione di padre Giovanni Cagnasso da Taggia, anche il terreno ed un prato attiguo dove il convento avrebbe potuto estendersi. Rinunciarono inoltre a beneficio dei frati anche al loro diritto sulla gabella del vino che si riscuoteva in Ovada.
Essi portarono quasi a compimento la fabbrica; ma nel 1499 il Re Luigi XII di Francia, pervenuto in potere di Genova e grato alla famiglia Trotti per i servigi resi alla sua causa (si deve ricordare che oltre ad altre benemerenze verso quel Re, i Trotti ospitarono nel loro palazzo di Alessandria il Re Carlo VIII in ritirata dopo la sconfitta di Fornovo nel 1494), restituí loro i feudi di Ovada, elevandoli anche a contea ed esentandoli da ogni balzello o gravame.
La chiesa ed il convento furono pertanto terminati nel 1508, sotto la Signoria del Conte e CavaliereFrancesco Trotti, figlio di quell'Antonio che ne aveva posto le fondamenta ventisette anni prima. Una bella lapide del tempo, in pietra scolpita, posta sul portale della chiesa, li ricorda entrambi, dimenticando però l'opera degli Adorno i quali concorsero anch'essi, e non poco, all'edificazione del tempio.
Ma si vede che in quei periodi torbidi chi doveva tramandare ai posteri gli avvenimenti lo faceva in base alle direttive e 'pro bono pacis' di chi al momento comandava. A questo proposito il R.P. Carrara mi ha fatto notare sui muri alti portanti la volta della chiesa, rozzamente graffita su una pietra e bene in vista una data: '1499'; chissà con quale intenzione, benevola o malevola, l'oscuro muratore del XV secolo ha voluto tramandare alla posterità la data del passaggio tra la Signoria degli Adorno e quella dei Trotti. A noi non è dato saperlo, ma certamente il modesto lavoratore incidendola per quelli di poi, avrà voluto manifestare un suo pensiero non certo immune da una nota polemica.
La lapide, ancora oggi molto ben conservata, che noi trascriviamo nel suo testo originale e con tutte le abbreviazioni usate in quell'epoca, è di questo tenore:


' Temp.Hoc Sacratiss. Virg. Gratiar. Sub Ord. Predicator Congregation.
R. Observ. Recurr. Die Divi Dominici a fundament. extrue dicatum Wade
Comunitas MCCCCLXXXI - Dominante equite aur.to et comite Dno An.to
Troto atq. ac insigni Reliq. decoratu est Dnate equite prestantiss.o
et comite Dno Franc. troto - Anno Dni MCCCCCVIII'.


Il tempio è grandioso e vasto, ma la sua esecuzione si rivela alquanto rozza e priva di uno stile ben definito (3). Nel 1585 mancava ancora la volta ed era coperto soltanto dal tetto sostenuto dalle grosse travi che poggiavano sui muri perimetrali. Il piazzale attuale antistante serviva da cimitero e, come mi informa il Rev. P. Carrara, un'ordinanza del Padre Visitatore Provinciale nello stesso anno ingiungeva ai frati conventuali di provvedere alla costruzione della volta e di impiantare una croce in mezzo alla zona cimiteriale. Nei secoli vi furono certamente apportati rifacimenti e variazioni e nell'inverno del 1805 la neve caduta abbondantissima fece crollare una parte del tetto.
Nel 1878 fu completamente restaurato dai Padri Scolopi che erano subentrati ai Domenicani. Poche le vere opere d'arte, delle quali la chiesa un tempo fu dotata, ma che scomparvero con le spogliazioni della Rivoluzione Francese e napoleoniche. Oggi vi si può ammirare un bel quadro rappresentante un miracolo di S. Domenico che alcuni vogliono attribuire all' ottimo pittore Domenico Fiasella. Tale quadro, che trovasi su una parete di fronte ad un altro quadro delle stesse dimensioni, dipinto però nel 1946-47 dal pittore Traverso, ricorda l'opera del Calasanzio. Vi si rivela un bellissimo gioco di luci e di colori e la soave eloquenza delle singole figure, particolarmente quelle della Madonna e del Calasanzio, anima la scena mettendo in evidenza la spiccata sensibilità creatrice dell'artista. Ricco di marmi pregevoli e bellissimo per l'armonia dell'insieme è l'altare della Madonna del Rosario, con la sua cornice di graziosi pannelli tutti miniati su rame. Degno di nota e di interesse storico è il primo altare a destra entrando, dedicato a S.Vincenzo Ferreri; questo altare era un tempo l'altare maggiore dell'antica parrocchiale di S.Sebastiano: è un mosaico di marmi rossi e bianchi con disegni ornamentali veramente belli e delicati e riporta sui due lati, sempre in mosaico, l'antico stemma di Ovada (4).
 Simbolo dei Domenicani I Domenicani, venendo a stabilirsi nel borgo, non mancarono di appagare i desideri della Comunità che li aveva chiamati e si dedicarono subito, oltre che alla pratica religiosa, anche all'insegnamento, cosa che d'altra parte era anche una delle principali attività della loro Regola. Era certamente una forma di istruzione che, ben s'intende ed almeno per quanto si riferiva alla popolazione meno abbiente del borgo, si basava più che altro sull'insegnamento delle prime regole grammaticali e del far di conto, ma per i tempi non era poco e la Comunità ne pagava in parte le spese. La retorica, il latino e la filosofia venivano impartiti da quei dotti padri a pagamento per quegli alunni di più alto censo, e ci risulta che la scuola fosse frequentata non solo da ovadesi, ma anche dai giovani dei paesi vicini.
I frati portarono in Ovada il culto di San Giacinto, domenicano, gli dedicarono un altare nella loro chiesa e, per loro intercessione, detto Santo fu proclamato Patrono del Borgo che, in riconoscenza delle innumerevoli benemerenze da essi acquisite ed in onore del suo Santo Patrono volle ottenere di fregiare lo stemma cittadino della stella d'argento ad otto punte che è il simbolo dell' Ordine e che è stata mantenuta fino ad oggi.
Essi rimasero in Ovada fino al primo decennio del 1800 quando, per le note leggi napoleoniche, l' Ordine fu soppresso, il convento chiuso ed i religiosi fatti partire. Pare che in tale occasione -come ci viene tramandato da racconti orali dei vecchi ovadesi- i frati fossero obbligati 'manu militari' a lasciare il loro convento, a svestire l'abito ed indossare la talare del clero secolare. Questo avvenne non solamente per i Domenicani, ma anche per i Cappuccini che anch'essi avevano un convento nel borgo.
In quel triste periodo il fabbricato del convento fu adibito a caserma della gendarmeria francese di stanza in Ovada, e questo è provato da documenti dell'epoca esistenti in Archivio comunale, dove si riscontra, da un verbale di Polizia redatto nel 1808 dal Maire della Comune di Ovada, F. Buffa, che cittadini ovadesi arrestati venivano condotti e trattenuti 'nel corridore ossia chiostro di S. Domenico abitazione dei Giandarmi'. Nel 1811, sempre come risulta da verbali scritti in francese e redatti dalla Mairie della Comune, le suppellettili, le campane, i mobili e gli altri oggetti vari che erano appartenuti ai due conventi furono venduti con pubblica asta ad acquirenti diversi, uno dei quali -e bisogna dirlo a suo grande merito- fu il M.R. Francesco Antonio Compalati, allora Prevosto di Ovada, che riuscí a farsi aggiudicare, pagando ingenti somme di suo, la maggior parte degli oggetti che regalò in dotazione alla nuova parrocchiale di N.S. Assunta da poco aperta al culto. Finiva cosí, dopo oltre tre secoli di operoso e fecondo lavoro spirituale, didattico e morale, il periodo domenicano in Ovada.
Gli Scolopi che nel 1827 vennero in Ovada quando il convento, la chiesa ed il terreno furono donati alla Municipalità da S.M. Carlo Felice Re di Sardegna appunto perchè essi, chiamati dagli Ovadesi, potessero riprendere l'opera interrotta dai predecessori, dovettero ripristinare ex novo tutto quanto era stato distrutto e disperso. Furono instancabilmente attivi ed operosi sia nel loro ministero religioso che in quello scolastico.
Hanno il merito di essere stati gli iniziatori di quella scuola moderna dove generazioni di ragazzi ovadesi vennero formate al sapere, al lavoro ed alla vita. A loro la nostra città deve molto, ed è doveroso per tutti noi, che di essi fummo allievi, ricordarli con affetto e riconoscenza.

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NOTE del curatore:

1) La dedicazione ufficiale del tempio è a Santa Maria delle Grazie ed a San Domenico. In Ovada è nota, però, comunemente come 'Chiesa degli Scolopi'.
2) A seguito dei lavori intrapresi negli ultimi decenni dai Padri Rettori la parte absidale della chiesa è stata risistemata, anche con la demolizione di fabbricati fatiscenti che attorniavano l'abside. Ora la struttura originaria è più visibile. Circa gli incendi, a parte quello antico, uno più recente, nel 1986, ha distrutto tutta la parte absidale interna del tempio causando la perdita del coro ligneo e dell'organo e gravi danni al resto della chiesa. Nel giro di pochi anni anche le tracce di questo incendio sono state cancellate, ma ancora recentemente un ulteriore incendio ha distrutto completamente la copertura della chiesa, che è stata peraltro prontamente e completamente ricostruita.
3) Ciò è molto più evidente oggi, soprattutto all'interno, dove i recenti lavori di restauro hanno portato alla luce le strutture originarie. E' curioso, infatti, notare che i pilastri della navata di destra sono assolutamente diversi da quelli della navata opposta, cosí come le arcate. Curioso anche il fatto che i pilastri poggino direttamente sul tufo del terreno, senza basamento. I lavori di restauro hanno anche fatto ritrovare la porta originaria di accesso al vecchio tempio, quello che, con ogni probabilità esisteva prima del 1481, che si apriva sul lato sinistro, attualmente in Via Ripa; questo può legittimare la supposizione che la chiesa originaria (o, perlomeno, quello che ne rimaneva dopo l'incendio) sia stata alzata ed allargata lateralmente anzichè in lunghezza; rimane comunque il mistero delle due file di pilastri diverse l'una dall'altra.
4) Questa è la più antica testimonianza dello stemma della città. A questo argomento saranno dedicati futuri articoli. Circa la opere d'arte custodite nella chiesa, i quadri riportano ancora i segni degli ultimi incendi e sono in attesa del restauro. Il restauro della facciata ha invece permesso la scoperta di un affresco sopra il portale di ingresso raffigurante la Madonna con il Bambino con, a destra, San Domenico e, a sinistra, San Giacinto. Molte particolarità dell'affresco fanno capire che esso doveva essere di dimensioni più estese, ma l'apposizione della lapide riportata nell'articolo ne ha fatto scomparire la parte inferiore. Tale affresco è stato datato, dagli esperti, nel 1600. Ed allora, se è vero che la lapide è stata murata alla fine del 1400 o, al più tardi, nel 1508 (anno di ultimazione della chiesa), non si capisce come un affresco del 1600 sia andato a finire al di sotto di una lapide che esisteva già da almeno cento anni. Si può quindi supporre, con buona approssimazione, che la lapide fosse stata originariamente posta in un altro luogo e che sia poi stata murata sulla facciata al momento del successivo rifacimento della facciata stessa, quando fu anche coperto l'affresco per realizzare il timpano che ancora un paio di anni fa esisteva sopra il portone di accesso alla chiesa.

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